gioco d'azzardo

di Daniela Pesoli – La Caritas diocesana di Gaeta, con il suo Tavolo di contrasto all’azzardo, chiede di non riattivare subito il settore del gioco, anch’esso fermo da tempo a causa dell’emergenza Coranavirus.

“Ci uniamo al coro numeroso delle altre voci sagge e sane del nostro Paese – spiega la Caritas – per chiedere, con insistenza, al governo e a tutte le forze politiche del Parlamento di compiere un atto di coraggio e un gesto di umanità nel rinunciare agli introiti erariali dell’azzardo, di opporsi fermamente alle richieste pressanti delle lobby della “non industria” dei cosiddetti giochi. Forse, in questa forzata astenia dal gioco, molti dipendenti patologici possono trovare la forza e la volontà di voltare pagina e riprendere la pienezza di vita come tutte le persone sane. Non li ributtiamo nel baratro della dipendenza”.

Lotto, superenalotto, gratta e vinci e slot machine tornano nel mirino del Tavolo di contrasto dell’azzardo che tante iniziative ha messo in atto nel golfo di Gaeta contro le dipendenze da gioco, ricordando i dati preoccupanti del fenomeno.

“Non vogliamo uno Stato biscazziere, che pur di raccogliere circa 10,4 miliardi di tasse derivanti dalle scommesse, non si accorge che ci sono 2,5 milioni di persone a rischio dipendenza, 1,5 milioni di giocatori patologici, di cui 700.000 minorenni e una spesa sanitaria di 5-6 miliardi l’anno per la cura dalla patologia da gioco d’azzardo”.

Secondo la Caritas diocesana di Gaeta, quindi, l’emergenza può essere un’occasione per limitare i danni.

“Questo è il tempo – si legge ancora nell’appello lanciato alla politica – di contenere e limitare fortemente la piaga dell’azzardo, che l’unica cosa che produce è illusioni, indebitamento, usura, disgregazione sociale, depressione e disperazione. Non c’è nessuna ragionevole giustificazione alla follia di investire miliardi in redditi di cittadinanza o di emergenza e poi lasciare che i poveri diventino più indigenti a causa di una dipendenza patologica che, mentre lo Stato favorisce, è lo stesso servizio sanitario nazionale a riconoscere come una malattia”.