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Sbarre all'ingresso della Cattedrale di San Marco a Latina, se questa è pietà

«Quante volte vediamo persone che vanno in chiesa, stanno tutta la giornata lì, ci vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Vivono come atei. E’ meglio vivere come ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani». Lo dice Francesco, il papa gesuita che incarna questi tempi falsi, nella prima udienza generale del 2019. Mi scuserete ma mi è venuto naturale pensare alle “chiese imprigionate” di Latina, alla solitudine di chi vi si richiude dentro. Non entro nelle cose di una comunità, quella della Chiesa, a cui non appartengo, ma alla famiglia umana tutti apparteniamo e quel monito prima che religioso è umano. Ad una umanità che ha le sue radici nella pietà cristiana, nella rivoluzione cristiana, nella tradizione greca e giudaica, che ha liberato non i popoli ma ogni uomo nel suo essere unico. Quell’eccezionale incontro di culture che ha prodotto la libertà dell’io, e la libertà di credere in Dio e non la costrizione a farlo. “Il cristiano – dice Francesco – non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano, semplicemente, è l’uomo che sosta davanti alla rivelazione di un Dio che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di Padre, di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie”. E indignarsi davanti ho l’ipocrisia del cancello con le lance, i tappi agli ingressi di edifici dimenticati, per timore che un cane, un gatto, un umano disperato lì vi trovi rifugio per il freddo, che non è da ricchi, da poveri, da meglio o da peggio, è da umani.

Lo ha detto il papa che del Signore se ne intende, io l’ho scritto per educazione della mia gente che è “buona morte” anche a chi non può permettersi di morire, è misericordia per quelli a cui è andata male: se era buono ce ne saremmo vantati, è uscito male lo riconosciamo fratello” (“se era bono era i nostro, ha riscito malo è gli nostro ugualo”), è vita che sporca e non è mai pulita. Sarà che quel gesuita è erede di montanari di Piemonte posti soli sui loro monti e la fame ha portato alla fine dei mondi, che dopo anche la speranza è finita. Lui è tornato a Roma, al centro del mondo, per dire che dagli ultimi si ricomincia davanti ai primi che hanno l’ipocrisia per devozione, e l’aridità di spirito per feticcio, i muri a difendere altari vuoti.

Mi scuserete di questo mio scritto, mi scuserete se menziono sempre la mia gente, ma sono peccatore e peccando non posso non capire gli altri peccati, perché così mi ha insegnato una storia di mille e mille anni e mi offendo se si offende la mia civiltà che non è buona, è solo ed orgogliosamente umana.