Manifesti elezioni Latina

Domenica si vota per la città, sono elezioni in cui la passione si tocca con mano, in cui conta, tanto, la rete che la città riesce a creare, a crearsi. Una cosa è certa in tanti, quasi 1000, si sentono in grado di fare per la città, ed è un bene. Io non me la sentirei, non mi sentirei di dire quanto, e se, posso fare per gli altri. Ho letto, ho ascoltato, ma non ho mai immaginato. Nei miei anni giovanili ho assistito ad un discorso di Riccardo Lombardi, uno del padri di questa mia Patria e una delle menti più fini del socialismo italiano, che ci parlò, oltre 30 anni fa, di rivoluzione delle macchine, di nuovo modello di lavoro, di libertà nel lavoro, di come le persone avrebbero conquistato il tempo, conquistato il tempo per la felicità. Eravamo ragazzi, immaginammo il domani che è oggi, si ho sognato. Ora ho sentito parlare tanto di case, di pietre da mettere o sul mare o sola marina, di costruzioni fatte di mattoni, di strade chiuse o aperte, di biciclette o motori. Ho sentito grida di onestà, tutti sono trasparenti, tutti legali, tutti legati alla “morale” che è pane degli immorali. Nessuno è andato in piazza ed ha visto i ragazzi, tanti e pensato non ad essere quel che doveva, onesto e legale, ma ad essere come Riccardo Lombardi capace di immaginare per far immaginare.

Cosa faranno? Forse cose egregie, forse progetti che resteranno nella storia, ma non ci saranno le persone, le passioni, i dolori.

I miei andarono in Comune non per essere corretti, ma per essere giusti, per ribaltare la posizione dello Stato rispetto agli ultimi, di farli diventare primi. Annunciarono che sarebbero stati scorretti: avrebbero preso da ciascuno per le sue capacità, avrebbero dato a ciascuno per i propri bisogni, avrebbero “rubato” talento per “donare” giustizia, sicuri che chi aveva talento, per il talento, era generoso. Oggi gridano correttezze, come disse Nereo Rocco in una finale di coppa del suo Milan figlio di una Italia ancora povera e male cerita, al cronista sportivo inglese che “correttamente” lo salutò con un “vinca il migliore”, rispose “speremo de no”. Vinse il suo Milan, non era il migliore, ma i suoi ragazzi avevano piu’ fame.