Lo dico da anni e lo ripeto, serve un assessorato, un ministero, una costola che so, delle Nazioni Unite, dedicata alle impari opportunità.

Forse solo in questo modo l’ondata femminista, la revanche in rosa che ogni tanto si riaffaccia con prepotenza sul palcoscenico politico, e non solo, potrà davvero scomparire.

Non giudico le decisioni di chi sceglie di aderire a questo o quel movimento.

Ma non riesco a tacere di fronte ad una serie infinita di stereotipi e di rivendicazioni che ledono la donna, il ruolo che con sacrifici, dedizione e passione si conquista ogni giorno.

Oggi ci spiegano che c’è un movimento femminista che rappresenta uno spazio di dialogo nell’area di “Piazza Grande”, “movimento” che sostiene la corsa alle primarie del Pd per la segreteria nazionale del partito di Nicola Zingaretti.

Perfetto, bella iniziativa.

Ma mi domando, quelle stesse donne non potevano dire la loro anche senza crearsi un “ghetto” ideologico?

Credo di sì.

Se le donne non smetteranno di sentirsi su un piano inferiore, se non la finiranno di chiedere a suon di rivendicazioni una parità che di fatto sono le prime a negare a se stesse arroccandosi dietro termini come “ministra”, “assessora”, “sindaca”, e parlo solo degli effetti collaterali che certe ideologie creano, siamo letteralmente spacciate.

Non nascondiamoci dietro un dito.

Tutte le battaglie sinora condotte da queste donne rivoluzionarie dove hanno portato?

Ad ottenere le quote rosa e ad esporci a pubblico sorriso per il tentativo maldestro di cambiare, in peggio, il dizionario della lingua italiana.

Le quote rosa, che gli uomini ci hanno donato, votando la modifica alla legge elettorale, è solo uno spauracchio che non serve a nulla.

Perché a decidere chi andrà nelle liste non sono le donne ma gli uomini il cui strapotere si pensava di limitare.

Oggi le femministe sostengono non una donna alla corsa alla segreteria del Pd ma un uomo.

Quindi siamo punto e capo.

Perché non hanno estratto il nome di una donna da proporre, da sostenere, da portare in un ruolo guida?

Perché non ne abbiamo la forza al di là di facili rivendicazioni.

Perché è nel nostro Dna non riconoscere alle donne parità di diritto ad accedere a ruoli chiave o di comando, perché siamo sempre pronte a denigrarci l’un l’altra, perché senza uomini spesso ci ammazzeremmo tra pettegolezzi inutili e battute al vetriolo.

Siamo le prime a non riconoscerci, tra pari, parità di diritti a crescere e una meritocrazia che dovrebbe essere l’unico perno su cui far ruotare le nostre rivendicazioni.

Tante donne oggi sono manager di successo, medici di eccellenza e fama mondiale, svolgo o lavori in cui guadagnano molto più degli uomini.

Lo hanno fatto senza vie preferenziali. Guardiamo a loro.

Battiamoci per togliere le quote rosa.

Dimostriamo che possiamo essere qualcuno e dire la nostra senza “strade” prioritarie imposte e ottenute per gentile concessione degli uomini.

Smettiamola di sentirci come un panda in una gabbia, soggetti in via di estinzione.

Siamo donne. Siamo capaci, siamo determinate, siamo coraggiose.

Non più e non meno degli uomini.

Con una sola differenza, loro sanno fare squadra, noi no.

Loro non hanno bisogno della nostra accettazione, noi sì.

Loro non chiedono parità ma rispetto.

Ribaltiamo la logica. Facciamolo anche noi e forse qualcosa cambierà davvero in una “battaglia” che sia ad armi pari.