Pellizza da Volpedo, Il quarto stato

Mi permetto di entrare nel dibattito interno al partito democratico alla vigilia del voto per la determinazione del nuovo segretario. Ho seguito il confronto tra le personalità e le sensibilità diverse che sono in campo ma, ma mi manca un pezzo. Ho chiaro il progetto politico della destra di Matteo Salvini, è quello scudo a difesa da paure del mondo che non è estraneo alla cultura politica italiana tradizionale. Spesso il nuovismo è una “tradizione” che ha cambiato abito. Gli italiani hanno sempre avuto paura: dei barbari, dei lanzichenecchi, dei mori, dei turchi, dei comunisti, delle plutocrazie. Salvini non inventa, ripropone. Gli italiani sono sempre stati chiusi, era Guicciardini che parlava di “particulare” e, di certo Salvini non era suo contemporaneo. E’ eccezionale, invece, l’apertura, la generosità. E’ eccezionale l’umiltà di guardare la società non come il paradiso che vorremmo ma consapevoli dell’inferno che è. E questo manca nella parte che non “difende” ma che costruisce il domani, perché apre e non chiude. Manca la parte costruttiva della società italiana e la teorizzazione non  di un conservatorismo figo davanti a quello becero salviniano, ma di un progressismo che si legittima nella sua capacità di proporre un cambiamento della società italiana. Claudio Martelli, qualche decennio fa, propose alla sinistra riformista (ai socialisti) di uscire dal monopolio della giustizia sociale e di aggiungere (non togliere per…) il merito. Pensava che la società italiana dovesse essere capace si di redistribuire la ricchezza ma prima di esaltarne la creatività. Un patto che proponeva da un lato andare a vedere la ricerca del nuovo, dall’altro di esaltare la diversità sociale. Si esaltava la ricerca scientifica e tecnica, ma anche le curiosità nuove di giovani che si dicevano “antagonisti”. I socialisti sostennero Lotta Continua, aprirono alle idee libertarie economiche e sociali, aprirono a sinistra quando i comunisti continuavano nel mantra leninista di “niente alla mia sinistra”. E non era strano perché siamo nati per dialettica con gli anarchici, con il sindacalismo in tutte le sue sfaccettature, con l’azionismo e il liberalismo dei fratelli Rosselli, con i dissidenti del totalitarismo sovietico, con le eresie valdesi, con il rigore degli ebrei. e non sapete quante domande mi sono posto nel vedere il partito sardo d’azione di Emilio Lassu con il centrodestra, come non capisco perchè il Pd non è con i pastori con le sue bandiere, e forse questo è il nodo di questo discorso.

Proposero una alleanza di “curiosità”, non una egemonia di omologazione, quanto ci vedete in questo del “partito a vocazione maggioritaria” di Veltroni? Oggi questi temi nel confronto non ci sono, non è innovativo essere i paladini di uno status quo imbarazzante, di una Europa stagnante, incapaci di attacco chiusi a difesa. La sinistra nasce a difesa di chi ha come “patrimonio” solo la sua prole, il nostro assunto è “proletari di tutto il mondo unitevi”, ma qui non si fanno figli e noi non siamo in grado di “proporre”, noi non “vediamo”, noi glissiamo magari considerando figo l'”animalismo”, una generica difesa della natura? Esiste un gap di pensiero, è la destra che ha bisogno di Cesare, la sinistra è “mutuo soccorso”, è collettiva. Pietro Nenni è un grande leader socialista, ma non è il socialismo. Turati è padre, ma non è padrone e Anna Kuliscioff ha avuto voce in capitolo, come Treves, i Rosselli, i Basso. Ecco perché la leadership conta ma contano anche e prima le capacità di progettare non l’esistente ma il futuro, credo che questo sia il nodo, questo manca. Manca il patto dell’avvenire.

Mi scuserete se ho osato dire la mia, ma mi sento povero a scegliere un capo, che pure è cosa da farsi, ma mi piace il confronto quotidiano, il pensare in continuo. In Sardegna perché i sardisti, perché i pastori, a Genova perché i portuali non stanno da questa parte? I ricercatori dell’università, i giovani delle start up perché non stanno da questa parte? Perché non dobbiamo batterci per un paese con i bambini?