Daniele Nardi

Forse tutti, in questa storia, abbiamo dovuto fare i conti con le nostre storie. Daniele Nardi è andato in alto, testardo. Noi siano rimasti qui, rassegnati. Lui ha una passione, noi abbiamo le paure e le ragioni, un confronto non pari. Noi qui, qui in basso, siamo in battaglie quotidiane difficili, forse, ma dove l’impossibilità è scartata, non è prevista. Lui pensa libero e questo significa pensare diverso da quello che ci rende niente, la paura. Guardate la nostra vita civile, la nostra vita politica. Lui va sulle montagne, noi abbiamo anche paura di passarci sotto con il treno e l’idea stessa di domani non c’è nella mediocrità del presente, conserviamo, lui prova. E provare non è mai banale, è contemplare la possibilità dell’impossibile. Scrivo da un poco di lui e di Tom Ballard, lo faccio perché è il mio lavoro, ma lo faccio perché la storia di Daniele contiene la storia della mia gente, con i suoi difetti, con le virtù e le incomprensioni che sono sempre in cui non legge il libro della storia ma capisce tutto dalla copertina. Credo che lì su, dove non c’è niente, neanche i licheni ci sia l’unica vita possibile, l’ostinazione. Credere ostinatamente che l’impossibile sia contemplabile, che gli angeli siano talvolta ad ascoltare chi li ha sfidati. Da piccolo mio nonno mi spiegò il temporale. Da noi, in palude, si fa nero pece dalle montagne, ma nero nero che ci puoi scrivere il nome come alla lavagna. E comincia con gran rumore il tuono, poi il lampo ma un poco dopo, e l’acqua la manda Dio. Nonno mi disse: “ascolta la botta, sono gli angeli che giocano a bocce, ed ora hanno liberato il pallino di ogni servitù e possono andare a punto”. 

Mi piace pensare, ostinatamente, che li in alto qualcuno dei giocatori in questo grande campo di bocce che è il mondo liberino Daniele della servitù che ha lassù e il punto sia il ritorno. Lo so che, spesso, quando mi perdo nelle mie paure forse non mi spiego bene, le alchimie non seguono le regole come i sentimenti quando hai in gioco, in fondo, un pezzo di te che si chiama speranza, ed anche ad un laico mangiapreti come me, gli viene di pregare.