Daniele Nardi

La storia di Daniele Nardi mi ha colpito molto, tanto. Non capivo il suo ardore, ho passioni diverse dalle sue più pericolose per il prossimo, molto meno per me. Sono di quelli che fanno i capiscioni collettivi, restando ignoranti di se stessi. Lui rischiava, ardiva, ma metteva in gioco se. Tra queste visioni la sua, quella di Daniele, è senza ombra di dubbio la più giusta. Mi ha colpito perché ha posto l’attenzione di un mondo distratto nelle sue comodità sul talento, sulla volontà, e sul farsi il destino con le mani, non “rischiando” ma “vivendo”.

Nel borghese piccolo piccolo, di Mario Monicelli, con Alberto Sordi la riduzione a zero del rischio è il dna del racconto, ma è il rischio che va nelle sicurezze e le scardina, ne fa strali.

Sabato prossimo intitoleranno la palestra del liceo a Daniele Nardi, poi la città farà una fiaccolata lungo le strette, le larghe, lungo i nervi di una Sezze che, come diceva il papa di un mio amico di cui condividevo il nome: “sta a fior d’Abramo”. Ma questo non l’ha esentata da ogni dolore del mondo, ma l’alternativa era rinunciare al mondo.

Vorrei dire che dobbiamo osare, pensare dove non hanno pensato, saltare la paura per entrare nella primavera di provarci, di non chiederti degli altri, ma provarci in proprio ciascuno. Hanno messo sull’altra parte del mondo una targa di latta, in alto molto in alto con scritti i nomi di Daniele e di Tom Ballard, scritti lì. Quando l’ho letto ho pensato che gli hanno scritto il ricordo per sempre della stessa materia dei tappi delle bottiglie di birra (i suigli per noi di qui) con cui tutti qui, e anche Daniele, hanno giocato a diventare campioni, unici, primi. Il gran premio della montagna, le sfide delle tappe di fatica, la corsa a perdifiato nel tratto finale prima della scritta “arrivo”. Che bel lancio Daniele e Tom, un lancio lungo, oltre la linea di arrivo, peccato un poco fuori. Mi piace riportarlo a noi, ai nostri strani modi di stare al mondo, e a quel bisogno che abbiamo di andare al mondo con una nostalgia che ci lacera facendo anche la vita quotidiana mai banale. La preside Anna Giorgi mi ha chiesto di esserci sabato, quella scuola per me ha tanti ricordi ed è popolata di presenze mie, ci ho pensato tanto, non le volevo disturbare, non volevo il rumore. Poi mi sono detto che questa storia dei tappi di latta forse fa capire che c’è un gran premio della montagna che devi conquistare, forse fa capire perché ogni bimbo che nasce lo fa con gran rumore e perché non salutare con il medesimo ardore? Che lancio hanno fatto Daniele e Tom accanto a lui, gli altri, tutti gli altri si tolgano il cappello.