Tra le persone alle quali piace disprezzare la città dove abitano c’è una mia amica che mi faceva notare il degrado del teatro a Latina, dove la struttura principale non si sa se è aperta o se rimane chiusa mentre la sala più di grido del momento è un vecchio cinema parrocchiale.

E su questo ce ne sarebbe da dire, ad esempio come un vecchio cinema parrocchiale possa essere considerato uno spazio off, o anche quanta storia, per quanto breve sia quella di Latina possa esserci lì dentro, o ancora quanto il peccato originale del Teatro Grande (il nome D’Annunzio è venuto qualche decennio dopo la sua messa in funzione) sia quello della megalomania e che la stessa sala rappresenti l’unico progetto superstite del sogno di una città più grande di se stessa e che vedeva grandi architetti all’opera con la biblioteca Stirling o con il Foro Portoghesi. Senza parlare delle terme sennò è come buttare tutto in caciara.

Comunque siano andate le cose ieri sera nella vecchia sala parrocchiale dal nome molto anni ’60 di Teatro Moderno (oggi chi lo chiamerebbe più così un teatro), in quella vecchia sala ieri sera è iniziata la stagione teatrale.

Per chi è abbonato da qualche anno si tratta di una bella tradizione che si rinnova: Gianluca Cassandra che sale sul palco, che dà il benvenuto al suo pubblico (sì, suo, se l’è conquistato anno dopo anno, abbonamento su abbonamento), che cerca di rimanere modesto quando dice che da questa stagione c’è anche una quarta replica degli spettacoli, il sabato pomeriggio. Continua con la convenzione con un locale per la pizza-birra del dopo teatro, annuncia lo spettacolo di Capodanno e intanto continua a guardare il suo pubblico, la sala è piena.

Entrano in scena, prima in tre. Federica Cifola, Beatrice Fazi e Gaia De Laurentiis. Vestite da cerimonia. La quarta amica è chiusa in bagno. Quando Giulia Ricciardi, anche autrice del testo, si decide a uscire vestita da sposa la festa ha inizio per il pubblico che passa una serata molto piacevole. Parzialmente Stremate è una commedia brillante e attuale, che segue tutti i canoni della commedia senza però essere mai prevedibile. Come in ogni testo al femminile che si rispetti le donne coinvolte sono quattro (da Piccole donne a Sex and city, passando per Orgoglio e pregiudizio dove le sorelle sono cinque sulla carta ma solo per giustificare l’attesa disattesa del figlio maschio, tanto che una sorella di mezzo è praticamente ignorata in quasi tutto il romanzo. E ancora Il club erotico del martedì, Desperate Housewives e mi fermo qui).

Quattro amiche con quattro condizioni diverse e segreti diversi. Ma non è la storia quanto il ritmo a colpire, a fare centro, a coinvolgere il pubblico. Brave tutte e quattro, teatro leggero e ottima recitazione, un binomio che fa rabbrividire qualcuno, ma che è proprio consolatorio per i comuni mortali che lavorano dal lunedì mattina al venerdì pomeriggio e che nel fine settimana hanno bisogno di qualcosa di fatto bene apposta per loro.

Perché è questa l’impressione che si ha vivendo la stagione teatrale del Moderno, che sia qualcosa fatto proprio per te. Che è vero se il regista dello spettacolo, Michele La Ginestra, dopo essere stato chiamato sul palco, si mette in fila dietro al pubblico per uscire, così, naturale mentre qualcuno lo riconosce e gli fa i complimenti.

D’altra parte lui, con la stessa naturalezza (e c’è da immaginare con non pochi problemi) sta alla direzione del Teatro 7 di Roma. Una sala piccola, accogliente, dove riprendersi dalla stanchezza del giorno, dove il foyer è poco più di un salottino, ma se vuoi ti fanno anche l’aperitivo rinforzato. Sembra niente, ma in questi tempi di giorni e notti stravolti da messaggi e telefonate, varcare la soglia di un teatro significa disconnettersi e una birra ci sta bene.

Prossimo appuntamento al Moderno? 16, 17 e 18 novembre con “Che disastro di Commedia”. Teatro leggero? Perché, per essere interessante deve pesare di più?