giovedì 8 Dicembre 2022

Dal sogno alla riscoperta culturale, gli italiani che fecero grande Latina

Una valigia ricca di sogni, di aspettative e della possibilità di diventare parte di una storia che avrebbe segnato quella dell’Italia e di quella che sarebbe diventata Littoria prima e Latina dopo.

E’ quello di cittadini che dal Veneto, dall’Emilia Romagna, ed in particolare dalle aree del Ferrarese, ma anche dalla Toscana e dal Friuli, avevano deciso di lasciare tutto e salire su un treno per arrivare in quella che alloa non era altro se non una grande palude.

Un terreno ampio, segnato da Lestre e zanzare, dove la malaria era all’ordine del giorno ma dove lo spirito di iniziativa e la voglia di rimboccasi le maniche per costruire la città che avrebbe ospitato la loro casa e visto crescere le proprie famiglie era di gran lunga più forte.

Cittadini d’Italia pronti a camminare alla ricerca di un mondo perduto, sottratto dall’acqua all’uomo, e pronti ad una scoperta che avrebbe assicurato la rinascita di un terreno su cui costruire le proprie, nuove radici.

Un’immigrazione interna, quella che compiutamente si verificò negli ultimi scampoli del 1932, ad un’Italia che sentiva il peso della prima guerra mondiale, le cui tracce sono ancora vive nel nome dei Borghi che circondano la città, ma anche la sfida della ricostruzione. Erano i tempi della dittatura a venire, dello spettro di tensioni internazionali che non avrebbero comunque fermato o frenato una vera e propria rinascita fatta di sucore e sacrifici.

Lo spettacolo che i nostri nonni si trovarono di fronte non era certo entusiasmante. Acque putride, odori che costringevano a tenere il fazzoletto ben assestato su bocca e naso, che dovevano essere eliminate.

Un’opera senza precedenti realizzata grazie anche all’azione di idrovore e coordinate dal Consorzio di bonifica pontina che vide la luce begli anni Venti.

Il Chinino era l’unica arma possibile per difendersi dalla malaria che entrava nelle case, nei poderi e sottoponeva intere famiglie allo spettro della morte e di lunghe e devastanti febbri.

Quei veneti, quegli emiliani e tutti i migranti che popolarono Littoria, poi Latina, pian piano hanno dato vita a nuove generazioni figlie del lavoro e capaci di guardare al futuro e a lottare per ottenerlo.

Valori e motivazione, segnati anche da una dose non indifferente di coraggio e di sana audacia, arrivati in una valigia chiusa con lacci improvvisati tenuti al caldo da quei paltò marroni che alcuni ancora custodiscono nel fondo degli armadi avvolti nel profumo di naftalina e circondati da foto in bianco e nero dai bordi ingialliti che, spesso, diventavano il corollario di lettere che si mandavano ai parenti rimasti nelle terre d’origine per raccontare come è stata scritta una delle pagine più belle della storia d’Italia e non solo.

 

 

Alessia Tomasini
Nata a Latina è laureata in Scienze politiche e marketing internazionale. Ha collaborato con Il Tempo e L'Opinione ed è stata caporedattore de Il territorio e tele Etere per la politica e l'economia. L'esperienza nell'ambito politico l'ha vista collaborare con pubbliche amministrazioni, non ultima quella con la regione Lazio, come portavoce e ufficio stampa.

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