Mi capita di sentire su radio radicale l’intervento del segretario dei giovani socialisti, quelli del Psi di Nencini, Enrico Petrelli. Sarà per antichi ricordi di militanza in Fgsi, sarà per le nostalgie che capitano ai vecchi come me, ma mi prende. Dice: “noi, noi socialisti, non siamo a difesa dell’esistente, ma siamo rivoluzionari”. La politica non è ragioneria del presente, ma utopia del futuro. Ecco che ci siamo dimenticati, a forza di badare all’oggi non abbiamo più orizzonte, abbiamo perso la nostra ragione, cambiare le cose correnti. L’Europa non è un feticcio, noi vogliamo l’Europa del lavoro non della finanza, l’Europa della fantasia che fa opportunità e non quella che difende quel che già c’è. Siamo internazionalisti per questo patrioti, abbiamo migliorato le condizioni dei lavoratori, ma ora quelle conquiste su vanificano nella precarizzazione del lavoro, nella guerra tra generazioni che ci divide per età e non ci unisce contro il padrone. O dio, ho usato padrone, ora che ki ricordo io odio i padroni. Poi il ragazzo dice: C’è differenza tra riformisti e riformatori, Filippo Turati è il padre dei riformisti, ma era marxista rigoroso. Certo il passato non torna, certo le cose sono mutate, ma i poveri ci sono, i diseredati pure e i ricchi si fanno sempre più ricchi. Qualcosa qui non va, non va che non siamo più i “barba” che vanno a fare proseliti tra gli ultimi, non abbiamo più le maestre dalla penna rossa che “insegnano” a capire il mondo. Ci siamo chiusi nel timore anche di chiamarci compagni, di stringere il pugno, di aver timore delle lacrime che ci escono al suono dell’internazionale in qualunque lingua si canti e il canto dei lavoratori non lo cantiamo più. Non è nostalgia, è condanna alla rinuncia. I ragazzi della Fgs salgono sul palco e cantano “Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà o pugnando si morrà”, e salutano con il pugno chiuso che dice mutuo soccorso, lega, unione, dice che non siamo soli. Ecco, forse dovremmo ricordarci, tutti noi che abbiamo amato, che siamo socialisti, rivoluzionari ad ogni ovvietà, impenitenti ad ogni credo, liberi ad ogni costrizione e capaci della rivoluzione che certo verrà.

Sono retorico, e certo che sì. Ricercatamente, a fronte del niente presente. E torniamo a fare i socialisti.