Barbara Ensoli

Se avessimo i fondi e la sperimentazione di fase III confermasse i dati, in 5 anni potrebbe essere disponibile il vaccino terapeutico Tat contro l’Hiv”. Sono le parole di Barbara Ensoli, la ricercatrice di Latina, responsabile del Centro nazionale Aids, che da 20 anni porta avanti la ricerca contro la malattia.

La raggiungiamo al telefono, per una intervista. È gentile, disponibile e traspare già dalle sue prime frasi la passione che l’ha guidata in tutti questi anni, fino all’ultimo risultato che è sorprendente.

Il vaccino Tat non solo ricostituisce il sistema immunitario, ma attacca i serbatoi del virus, tanto da averli ridotto ridurli del 90%. Iniziamo subito con le domande.

Dottoressa, considerata l’ultima polemica nella quale Vittorio Agnoletto dice che non si può parlare di vaccino, lo chiediamo a lei: farmaco o vaccino?

“È certamente un vaccino terapeutico. Il vaccino può essere preventivo o terapeutico. Quindi assolutamente un vaccino, ne esistono molti di questo tipo: contro diabete, malattie infettive, tumori e sono almeno 800 i lavori pubblicati in questo campo”.

Come mai allora questo attacco?

“Non voglio polemizzare, voglio solo chiarire. Per il resto siamo ricercatori istituzionali, il nostro scopo è pubblicare studi su riviste scientifiche e ottenere una giusta divulgazione dei risultati al pubblico perché i nostri fondi derivano dalle tasse dei cittadini”.

Parliamo allora della ricerca

“Sono circa 20 anni che lavoriamo su questo. Siamo partiti dalla proteina Tat. Poi abbiamo svolto studi preclinici su piccoli animali per valutarne la sicurezza, poi sulle scimmie, sulle quali è stato testato come vaccino preventivo. Appurato che fosse ben tollerato ed efficace nella scimmia siamo passati alla Fase1 nell’uomo: la somministrazione a qualche decina di individui non infettati e di pazienti sieropositivi che, secondo le linee guida di allora, non erano ancora in trattamento con i farmaci. Lo scopo era valutarne attentamente l’innocuità nell’uomo: il vaccino è stato ben tollerato, i risultati sono stati positivi.

Siamo quindi passati alla Fase2 somministrandolo a 168 persone sieropositive in Italia e in Sudafrica a 100 persone, più i controlli. Tutte queste persone erano in terapia da vari anni e quindi i farmaci avevano già dato il massimo per ricostruire il sistema immunitario. Infatti, dopo 4 o 7 anni al massimo, la terapia non è più grado di migliorare ed è lì che il vaccino interviene. Lo scopo di questi studi era valutarne l’immunogenicità (ovvero la capacità di indurre anticorpi e altre risposte immunitarie). Inoltre, si poteva valutare preliminarmente la sua efficacia.

I risultati hanno mostrato che, nel breve termine (2 o 3 anni) questo vaccino migliora la funzione del sistema immunitario riportandolo verso la normalità e attacca i serbatoi del virus, cosa che la terapia da sola non riesce a fare. Abbiamo quindi seguito per 8 anni i pazienti vaccinati, che nel frattempo continuavano regolarmente la terapia.

Il vaccino, come dimostrano gli ultimi risultati, ha continuamente ridotto i serbatoi virali nel sangue negli anni, fino ad una riduzione del 90%. È la prima volta che si raggiungono questi risultati e ne siamo felicissimi perché questo apre la strada per la ricerca di una terapia futura che potrebbe consentire di interrompere la terapia per tempi da determinare con studi specifici e, quindi, di migliorare la qualità di vita dei pazienti”.

Cosa sente di dover dire ai tanti malati di Aids che aspettano?

“È importante sottolineare che siamo ancora in una fase di ricerca che sta andando avanti. I pazienti devono mantenere una forte aderenza alla terapia (la dottoressa lo ripete come un mantra). Il vaccino non è ancora disponibile. Se avessimo i fondi domani saremmo pronti a partire con i centri clinici. In 5 anni potremmo avere questo vaccino disponibile, ma abbiamo avuto spesso interruzioni delle sovvenzioni e la strada non è semplice”.

In questi anni si parla sempre meno di Aids. Ai giovani, che non hanno assistito alla campagna informativa capillare degli anni ’90, cosa consiglia?

“Per ora abbiamo due armi contro l’Hiv: la prevenzione, cioè evitare comportamenti a rischio e usare sempre il preservativo e, per le persone già affette dalla malattia, lo ripeto, l’aderenza totale alla terapia.

Non bisogna abbassare la guardia e occorre fare il test appena possibile dopo i comportamenti a rischio. Arrivano ancora alle cliniche, nel mondo e anche in Europa, pazienti già in Aids con il sistema immune compromesso: in questo stadio la terapia funziona meno. Queste persone rischiano di non riuscire a fermare la malattia e anche la loro mortalità è più elevata. Anche a queste persone il vaccino terapeutico potrebbe dare beneficio”.

Lei è di Latina, da qui è partita, ma cosa l’ha spinta a percorrere questa strada?

“Sono andata a Roma all’università; al Policlinico Umberto I, mentre studiavo, facevo già ricerca e proprio in quegli anni si diffuse questo nuovo virus. Fui tra i primi ad occuparmene, poi partii per l’America dove ho lavorato per 10 anni al National Institutes of Health di Bethesda. Ora sono tornata in Italia. La mia vita è la ricerca: si può essere il medico del paziente ma anche il medico di tutta la gente”.