Hanno piantato i fiori, poi hanno dentro l’entusiasmo e non è di certo male, anzi. “Che 100 fiori sboccino, che 100 scuole competano” era lo slogan della Cina di Mao.

I fiori eccoli, sono lì e danno colore al palazzo (Palazzo M) un po’ troppo di pietra appiccicata di pietà sempre assente, e colori son belli, vividi ma… ma poi bisogna coltivarli, curarli, amarli e ritornare anche d’agosto che c’è il mare e a dicembre col gelo. Lungo è il tempo e sempre poca la pazienza. Quei fiori sono un inizio se troveranno, dopo essere sbocciati, le scuole che competono, quelle 1000 e mille idee di città che fanno sintesi per la città futura, la sfida è qui: è la competizione del pensare e non i monopolio del pensiero, è una città che si fa presto supina e mai lungimirantemente dialettica.

Vince Finestra? Non trovavi un democristiano a pagarlo oro e tutti a cercare l’avo federale, il cugino in camicia nera, tutti a chiamare Latina “Littoria” che quando comandavano i democristiani solo mia nonna cispadana la chiamava così. Poi, ora si faranno tutti ciclisti, tutti col “capitano” quando prima stavano col “senatore” (Finestra), poi col “federale” (Zaccheo) e prima in Chiesa per San Giulio (Andreotti).

Un male che non è di Coletta (anzi lui si è “ribellato” quando non era facile) ma di una comunità, tutta. Ma servono le scuole, servono le differenze: serve non solo chi porta un fiore ma anche chi dice: e l’acqua? E il prato? E gli alberi? A Latina dobbiamo passare dalla logica aristotelica “di non contraddire”, alla dialettica di pensare.

Bello Palazzo M con i fiori, bellissimo se qualcuno chiedesse: e mo chi innaffia e domani chi zappa? Ora dallo straordinario all’ordinario.

*Foto dalla pagina Fb di Latina Bene Comune Giovani