incontro Coletta Durigon

Da bambini quando giocavano a cow boy gli indiani erano sempre più di noi, ma la battaglia volgeva a nostro favore quando facevamo morire il capo degli apache e quelli si ritiravano. Ingenui avevamo però capito che è il “capo” che fa la tribù, che è Cesare che fa Roma. Infatti tifavamo Antonio e non Bruto, solo che il primo era servo del dittatore il secondo si era battuto per la libertà del Senato. Ecco vi ho raccontato questo per dire che questa lettura ingenua, da bambini, è quello che sta accadendo a Latina con i due nuovi “leader” selezionati negli ultimi tre anni. Il primo, per evitare equivoci, si faceva chiamare pure “capitano”, e ha avuto momenti di culto della personalità. Solo che, nel corso dei mesi, più che coltivare il suo mito ha coltivato se stesso, si è da leader trasformato in vanto, si è piaciuto non badando a piacere ed è scomparso nel campo di battaglia. Come se gli apache che ci attaccavano improvvisamente fossero guidato non dal capo tribù, ma “autoconvocati”. L’altro è Claudio Durigon della Lega, uomo Mida, ciò che toccava era oro, pensavamo la Polverini lo aveva “portato”, scoprimmo che era lui a portare lei. Poi, poi la Lega che da nulla diventa tutto e lui era quel tutto, parlamento, sottosegretario di Stato, uomo di quota cento. Uomo che spinge e convince Capone all’assalto all’Europa. Divo televisivo, ma… Ma comincia a farsi irretire dalle vecchie cariatidi della politica di una destra pontina non sconfitta, ma logora, da una classe dirigente che non poteva più parlare perchè aveva solo mostrato muscoli dipinti, senza far palestra. Così, la sicurezza diventa limitatezza e arriva il commissario, Capone lascia la partita e da leader diventa “osservatore”, da rivoluzionario a restauratore.

Dove hanno sbagliato? Semplice, avevano vinto perché hanno osato l’impossibile, ora hanno paura di perdere, non alzano la posta. Insomma erano eccezionali sono diventati banali e all’orizzonte non ci sono gli indiani, ma stanno arrivando i lunghi coltelli