“Dio mio ci siamo dimenticati una guerra, una vittoria, la fondazione”. Il sindaco di Latina, Damiano Coletta, ha istituito il caffè con i giornalisti nei suoi uffici (segnalo tanti dolcetti di Cori, mi sono mancate le crostatine di Sezze, si provveda), idea non male, riconosce che anche qui, a Latina esiste una opinione pubblica. Parla, parla, e dice, e facciamo domande anche noi, intendo noi giornalisti, ma non troppo, sia mai…

Tutti si alzano e io mi permetto una ulteriore domanda: Sindaco ma per il 4 novembre? Sa, sono 100 anni dalla vittoria, da Vittorio Veneto“. Silenzio, si guardano. I colleghi guardano tipo: ma che ci frega, questo è matto co tutte le buche. Il capo di gabinetto Vincenzo Abbruzzino, si rende conto, e cerca la pezza al volo al foro evidente: c’è una mostra al museo… a Piazza del Quadrato“.

Replico: “sicuro, ma la fa Cesare Bruni, mica voi. Sa perché, perché da quella vittoria da quella guerra è nata l’idea di questa città, con l’Opera nazionale combattenti, i nomi dei borghi con le battaglie, non è una robetta”.

Glissano tutti, hanno fretta, stanno impicciati. Chissà se fossero stati “impicciati” i ragazzi del ’99 cosa sarebbe avvenuto. Ne sono morti 650.000 di soldati italiani, ragazzi di 20 anni, altre 570 mila morti furono i civili. E noi a un secolo ce ne siamo “dimenticati”. Abbiamo un teatro dedicato a Gabriele D’Annunzio che disse che quella nostra vittoria era mutilata, per via della Dalmazia, di Fiume delle terre irredente, non sapeva che la sua frase efficacissima sarebbe stata superata dalla “vittoria cancellata“, “dimenticata”. Ci salva Cesare Bruni e la sua ostinata passione, ma urla nel silenzio.

Ma la “dimenticanza” non è stata solo di Coletta, suggerei a Giovanni Di Giorgi, sindaco di destra, di fare un progetto nell’ambito delle ricorrenze per i 100 anni della Grande guerra, c’erano fondi europei e Latina era il segno di come dalle tragedie si anche risorge, ma nulla. Con la cultura non si campa, con la memoria ancor meno, ma senza siamo morti viventi. 

 

Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito