Tutto è iniziato da qualche cartone collocato sotto una quercia davanti a quella che resta un’ipotesi di cittadella giudiziaria di Latina.

Pian piano quei cartoni sono aumentati di numero e volume.

Le scatole sono diventate un rifugio, è arrivata una sedia sgangherata e arrugginita.

Qualche coperta sparsa qua e là.

Ed oggi ci sono un giaciglio di fortuna, che spunta tra i rami dell’albero, circondato da abiti lasciati qui e là.

Un uomo da mesi vive nell’area verde che si trova tra via Francia e viale Le Corbusier.

Arriva la sera sul tardi, riparte la mattina all’alba, con una bicicletta.

Lo fa nella città, Latina, dove il sindaco e l’amministrazione hanno dato il via ad una settimana di festeggiamenti per la giornata del rifugiato.

Lo fa nell’indifferenza generale che lo circonda nonostante qualcuno nel quartiere più volte abbia cercato di capire chi fosse e, soprattutto, se fosse possibile aiutarlo.

Una ferita campeggia nel cuore di una città che sull’accoglienza ha fatto il vessillo di una retorica che non riesce a colmare il dolore che si prova di fronte a situazioni in cui a farla da padrone sono fragilità e solitudine.

Come quest’uomo ce ne sono altri che si costruiscono un letto di fortuna sotto le panchine nel parco che costeggia via Germania.

In un gioco atroce in cui l’invisibilità è il filo conduttore, la sofferenza il filo, la disperazione e la povertà l’abisso.

Esiste una Latina che si continua a non voler vedere in cui tante persone non riusciranno neanche a sentire l’eco di feste perchè chiusi in dolore assordante di cui tutti siamo responsabili.

Prima di festeggiare la solidarietà che parte da lontano, cerchiamo di costruire la solidarietà e il sostegno per chi ci è non vicino ma accanto.