Sono stati assolti tutti gli imputati, dipendenti del Giudice di pace di Latina, tra cui anche Dario Pace, accusati di abuso d’ufficio e falso. La sentenza del primo collegio del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Silvia Artuso, è arrivata ieri e con questa l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

Nell’ambito delle indagini che avevano portato alla luce un presunto sistema di illeciti all’interno dell’ufficio del capoluogo erano emerse altre irregolarità che avevano convinto il pubblico ministero a chiedere e ottenere il giudizio immediato anche per altre quattro persone in un procedimento separato. Sul banco degli imputati sedevano oltre a Dario Pace, difeso dall’avvocato Gaetano Marino, che era stato arrestato lo scorso anno, anche il dirigente dell’ufficio Remigio Pecchia, e poi i dipendenti Simonetta Mattei, difesa dall’avvocato Alfonso Falcone, Elisabetta Ceccacci assistita da Enrico Quintavalle, e Giuseppe Accardo. L’accusa era quella di abuso d’ufficio in concorso, perché secondo gli accertamenti effettuati, non sarebbero state decurtate ore dal conteggio che viene effettuato ogni mese per il calcolo dei compensi, favorendo così i dipendenti che ne avrebbero beneficiato. Accusa che però non ha retto al dibattimento.

Per la prossima udienza per il procedimento principale si dovrà attendere invece il 23 gennaio 2019. Dario Pace, di Aprilia, il setino Angelo Loffarelli, e le latinensi Maria Pucciarelli e Cristina Alessandra Dentico, che lavorano sempre all’interno dell’ufficio, rispondono in questo caso di truffa, per avere, secondo l’accusa, timbrato il cartellino e poi essersi allontanati per svolgere attività personali. Pace è accusato anche di aver distrutto documenti per coprire i suoi illeciti, di corruzione, per avere preso denaro da alcuni avvocati per sbrigare delle pratiche, e di peculato, in quanto si sarebbe appropriato del denaro destinato alle marche da bollo necessarie per le copie degli atti. Accusa quest’ultima che è stata formulata anche per Loffarelli. Il sostituto procuratore Giuseppe Miliano, nelle richieste di misure cautelari, aveva definito l’ufficio del Giudice di pace di Latina come un ufficio giudiziario gestito illecitamente, senza controlli “da parte dei soggetti preposti”, con una “reciproca e consolidata omertà volta a impedire l’emergere del sistema”.