Un carro che sfila per le vie di una città, Formello, alle porte di Roma.
Scritte come “Vogliamo Wi-Fi” e “No pago affitto” che si susseguono inneggiando i testi delle canzoni di un rapper nero, che è meglio non commentare.
Una barca circondata da figuranti con il volto dipinto.
Quella che doveva essere una festa dedicata ai più piccoli, al divertimento e alla gioia si è trasformata solo nella parata della vergogna.
Quella di essere italiani capaci di farsi scendere la lacrimuccia davanti alle scene dei tanti, tantissimi, uomini, donne e bambini stipati come animali in barche di fortuna.
Uomini e donne che, al di là del colore della loro pelle stanno cercando di realizzare un sogno di speranza e di una vita migliore.
E che hanno perso la vita in mare tra Malta e Lampedusa.
Sepolti senza volto e privati del proprio futuro senza mai poter compiere il primo passo in quella che continuano a vedere come una terra promessa.
Persone, e non animali, ma fatte di sangue e carne come noi con il solo demerito di volersi lasciare alle spalle una guerra di cui non vogliono essere protagonisti.
Feriti nel corpo e nell’anima ed ora sbeffeggiati da una parata che ha messo solo in primo piano l’incapacità, la nostra incapacità di dire basta a questa ondata di rabbia inutile e immotivata.
L’ironia, l’allegoria, la satira sono un’altra cosa.
Non sono e non possono essere la pistola puntata su chi è altro da noi e che chiede accoglienza e comprensione a cui sappiamo rispondere solo con l’odio e il dileggio.
C’erano dei pagliacci a sfilare in quel Carnevale che ha ben rappresentato quanto accade nelle vie delle nostre città, nei bar, nei locali.
E siamo stati solo noi complici volontari di un razzismo che non dovrebbe appartenenrci.
Perchè se il mare in fondo non è malvagio.
L’unica certezze è che quelli malvagi siamo noi.