Non era mai cambiato in oltre 40 anni, da quando lo avevo incontrato la prima volta, Scipione Salvagni.

Lo avevo conosciuto con il suo camice bianco e quel maglioncino marrone che si aggirava tra il bancone e i clienti della farmacia.

Lo avevo rivisto, con le mani intrecciate dietro la schiena, che si muoveva tra le scrivanie in legno degli uffici della Asl, allora Usl, dove venivano letteralmente ammassate le ricette dei medici e poi conteggiate per i ticket.

Sapeva che ero sotto la sedia dove sedeva mia mamma a lavorare, e ad alta voce cominciava a scuotere la scatolina con dentro le Zigulì.

Sapeva che adoravo quelle al mirtillo mentre altri gusti non mi facevano impazzire e le portava sempre con sè anche quando in farmacia timidamente facevo capoolino dalla gamba del mio papà mentre scambiavano qualche chiacchiera.

Erano gli anni belli della semplicità ma anche del rigore in cui le persone i parlavano fermandosi all’angolo di una strada e trovavano sempre qualche minuto per l’altro.

Lo ricordo il dott. Salvagni, anche se con i miei genitori si dava del “tu”, con il paltò come lo defiiva e il cappello e quegli occhi gentili che si piegavano verso il basso quando rideva ma diventavano severi quando affrontava temi come la politica ma anche la medicina e l’assistena territoriale.

L’ultima volta che lo incontrai ci invitò a Bassiano. Quando lo salutai mi disse: “i tuoi occhi sono inconfondibili sono quelli del tuo papà”. Dall’ultimo saluto erano trascorsi sette o otto anni e mai avrei immaginato si ricordasse.

Quell’invito che non siamo riusciti ad onorare ma che resterà un impegno a dimenticare un grande uomo che ha saputo lasciare un segno indelebile in ciascuno di noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo.

Ciao dottore ci gireremo ogni volta che sentiremo, io e tutti i bimbi di aallora, il rumore dellaa scatola di Zigulì.