venerdì 30 Settembre 2022

Aprilia, morte di Elisabetta Pinna: non fu omicidio volontario. Reati prescritti

Non fu omicidio volontario sull’89enne Elisabetta Pinna, ma colposo. A deciderlo la Corte d’Appello nel secondo grado di giudizio di un processo che aveva fatto molto parlare. La donna era stata ospite nella casa di riposo Villa Sant’Andrea, ad Aprilia e il pubblico ministero Cristina Pigozzo aveva ipotizzato l’omicidio volontario per quattro dei sei imputati.

La Corte d’Assise del tribunale di Latina aveva condannato in primo grado Alfio Quaceci, socio e dominus di fatto della società Asclepio 84, che gestiva “Villa Sant’Andrea”, a 14 anni di reclusione, così come pure la dipendente con un titolo romeno di infermiera professionale, Georgeta Palade, e l’operatore socio sanitario Noemi Biccari.

Era stata condannata invece a 14 anni e un mese di carcere Maria Rosaria Moio la collaboratrice del gestore. Erano state invece assolte Luciana Liberti addetta alla cura degli anziani, per la quale anche il pm aveva chiesto l’assoluzione e l’operatore tecnico addetto all’assistenza Carmelina Maggiordomo.

La Corte era presieduta dal giudice Nicola Iansiti, con a latere Giorgia Castriota. Si era trattato di uno dei pochi casi in Italia in cui sia stato condannato per omicidio volontario qualcuno che aveva in cura una persona che, per mancata assistenza, è deceduta poi presso l’ospedale di Gallarate il 18 luglio del 2010.

Secondo il pm non vigilando sulle condizioni di salute della donna, lasciandola nel letto immobile anche senza cibo, impendendo ai parenti che andavano a trovarla di accertarsi delle sue problematiche, avrebbero assunto il rischio della morte della donna.

Non dello stesso avviso la Corte d’Appello che ha infine registrato la prescrizione dei reati. Nel collegio difensivo tra gli altri gli avvocati Gaetano Marino, Oreste Palmieri e Carla Bertini. La parte civile invece era stata assistita dagli avvocati Silvia Siciliano e Renato Archidiacono.

“Essendo malata di alzheimer – aveva detto dopo la sentenza di primo grado l’avvocato Siciliano – non poteva manifestare il suo malessere, il suo dolore, non poteva confidarsi con nessuno, nemmeno con i parenti che andavano a trovarla. Per un mese e mezzo è stata lasciata lì senza cure”.

Silvia Colasanti
Giornalista pubblicista dal 2009 ha cominciato a scrivere nel 2005. Laureata in Scienze politiche, con un Master in Diritto europeo, ha lavorato per tre anni (tra le altre esperienze) nella redazione de Il Tempo Latina, poi come redattrice al Giornale di Latina. Si occupa essenzialmente di cronaca, in particolare di cronaca giudiziaria

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