Un momento della conferenza stampa a Roma dopo l'operazione Alba pontina

Lo hanno sottolineato più volte in conferenza stampa questa mattina quanto l’appartenenza al gruppo criminale, definito così dagli inquirenti, dei Di Silvio fosse utilizzato per terrorizzare le vittime prescelte. Tra queste imprenditori noti nel capoluogo pontino – ad uno di loro sono stati chiesti più di 200mila euro – ed avvocati.

L’uso del nome Di Silvio e del riferimento anche soltanto al quartiere in cui vivono era di per sé una minaccia. La cosa emerge immediatamente nelle intercettazioni telefoniche  – tantissime sono state raccolte dalla Dda di Roma e dalla questura di Latina nell’ambito dell’inchiesta Alba pontina. Nell’ottobre del 2016 Agostino Riccardo così diceva ad un imprenditore: “A Latina comandiamo noi… noi di Campo Boario… Io, Armando e i figli” e poi continuava: “c’avemo più armi noi che tutta la Questura di Latina“.

E’ sempre lui a rivolgersi ad un avvocato del capoluogo e a presentarsi fino all’abitazione della madre: “Io ti vengo a cercare per tutta Latina… puoi andare pure alla questura e ai carabinieri, perché io mi chiamo Riccardo Agostino e non sono l’ultimo arrivato… io sono 25 anni che sto in mezzo alla strada… io ti metto il xxx in bocca a te e a tutta la razza tua degli amici tuoi dei parenti tuoi, io non ho problemi con nessuno, ti vengo a prendere fino a Napoli”. 

Tra gli arrestati di questa mattina quelli accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso (fatta salva la presunzione di innocenza), sono Armando Di Silvio, detto Lallà, Ferdinando Di Silvio Pupetto, Samuele Di Silvio, Gianluca Di Silvio, Sabina De Rosa, Renato Pugliese, Agostino Riccardo e Federico Arcieri.