domenica 4 Dicembre 2022

Agro pontino terra di nessuno, ecco come i Caporali ingrassano e lo Stato ci rimette in dignità

di Alfonso Vannaroni – La provincia pontina spreme e schiavizza. Lo fa senza scrupoli. E soprattutto senza pietà. Le sue campagne sembrano diventate immense aree di sfruttamento per tanti esseri umani. E’ ormai talmente diffuso il fenomeno che la Flai Cigl, nel suo secondo rapporto “Agromafie e Caporalato”, lo segnala come un caso di studio. I dati del dossier sono allarmanti: tra Aprilia e Cisterna le condizioni di lavoro per gli occupati stranieri sono ‘indecenti’, condizione che degrada per diventare ‘gravemente sfruttate’ scendendo verso Sabaudia, Terracina, Fondi e Gaeta. Proprio qui, in questa terra che sembra di nessuno, succede di tutto: truffe, inganni ai danni dei braccianti per salari non pagati o per contratti di lavoro inevasi, controllo flussi migratori, permessi di soggiorno falsi. Pratiche, il più delle volte supportate – spiega la Flai Cgil – dai caporali, intermediatori illegali, e da imprenditori disonesti.

Avevamo già parlato della denuncia della Flai Cgil, riportiamo adesso integralmente i dati ufficiali che rendono il quadro ancora più inquietante.

Nel Lazio gli occupati nel settore agroalimentare, sono 37mila, secondo l’Inps. Ma per la Flai il numero raggiungerebbe quasi le 80mila unità, considerando i picchi di lavoro durante i raccolti. Nella provincia pontina sono 250, oltre i titolari, gli occupati a tempo indeterminato (fonte Inps), mentre quelli a tempo determinato sono 20mila. Terracina è al primo posto con 7mila stagionali, segue Sabaudia con 6 mila, ci sono poi Latina, Fondi e Aprilia rispettivamente con quasi 2mila stagionali. Il settore agricolo nel suo complesso impiega l’11% della forza lavoro della provincia. “Un territorio così vasto con una produzione agricola variegata – sostiene il sindacato – non può registrare un numero così basso di lavoratori a tempo indeterminato”. Che l’economia sia illegale è quindi una certezza. “Il fenomeno dell’economia sommersa è evidente – spiega la Flai Cgil – e appare chiaramente consultando i registri della Camera di commercio e i dati anagrafici dell’Inps. Se dai primi si rileva che sono circa 20mila le aziende iscritte, dai secondi emergono dai 13 ai 15mila lavoratori stranieri registrati (tra continuativi, saltuari e non assunti) e 5300 lavoratori italiani”. Conti alla mano, oltre al titolare, risulterebbe soltanto un lavoratore per azienda. Ma l’Istat rileva una presenza straniera nel area pontina di 40mila persone, il 13% di origine indiana, mentre secondo la Flai Cgil solo la comunità di Sikh del Punjab conterebbe 30mila presenze, un numero che porterebbe i lavoratori stranieri tra regolari e irregolari a 70mila, tutti impegnati nel sistema produttivo locale, un esercito di invisibili o quasi in balia di intermediari senza scrupoli.

In Italia sono infatti 400mila le persone che trovano lavoro in agricoltura tramite i caporali, tra questi 100mila presentano forme di assoggettamento dovuto a condizioni paraschiavistiche. Più del 60% non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente. Più del 70% per cento presenta malattie non riscontrate prima dell’inizio del lavoro. Un esercito di disperati che guadagna quasi 30 euro al giorno per dodici ore di lavoro. “I lavoratori non scelgono di vivere in questi contesti fatiscenti – dice la Flai Cgil – ma sono costretti a farlo, visto che solo in quei luoghi troveranno un caporale che gli offrirà una giornata lavorativa”. E così i caporali ingrassano. E lo Stato ci rimette, non soltanto in dignità, ovviamente. Ma anche in termini di mancato gettito contributivo, stimato in 600 milioni di euro.

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