Quel che resta di Olimpia

Procura-Latina

Si sono spente le luci, al corso della Repubblica quel che manca è la seconda, la Repubblica, e resta la corsa. Perché la città pare richiudersi in una paura antica, le luci del consumismo, i corsari della politica non l’hanno scalfita.

Sui giornali titoloni a disastri che restano soli sui tavoli dei bar. Come se non fosse cosa loro, Latina si è chiusa dentro il suo familismo, che l’altro non c’è. Si chiude la porta Santa per via di Santa Maria Goretti, un angolo di piazza dove non si passa. Una città fatta con angoli, che si nasconde dietro i muri. “Non è toccata a noi” e si inveisce sull’”altro”, l’alienazione delle colpe. Sotto la Porta Santa non si passa, perché il peccatore è un altro, lontano e strano ed ha il pastrano nero.

Non ci sono le luci di Natale, le pubblicità per il venerdì nero è solo cosa di sconti, una americanata. Qui è posto di casi propri, di amori mai provati, di silenzi e “speriamo che me la cavo”. Il Comune è sempre più pesante con l’ingenua torre appena abbozzata, le simmetrie che non azzardano mai audacia, luogo di impiegati di concetto e il concetto non prevede per contratto la fantasia. E lo scandalo? Si consuma veloce, anche l’indignazione ha fretta, perché se persiste provoca domande. Siamo la città del fior di latte, scadenza breve, in un paese dove i formaggi stagionano, si insaporiscono del tempo e della fatica. Tutto si fa pettegolo, nulla utile. Il cattivo è lupo da abbattere, vecchio da cacciare, in nome di un nuovo che è destinato a farsi vecchio nel tempo di una mozzarella. E nessuno, nessuno, cerca di capire perché qui il “collettivo” è solo un bus che ci porta alla macchina privata e gli ruberemo anche la nafta.

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