Militanza e volontarismo, ragionamento di una militante sui civici

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di Elisa Giorgi – Mi chiedono spesso perché non ho scelto di far politica senza aderire ad un partito, che civico è così fico e di moda. Ed è pure più semplice, mi dicono. Io rispondo sempre che faccio politica – ci provo quanto meno – proprio perché sto in un partito. E sto in un partito perché, sì, sono di parte. Ho scelto di parteggiare qualche anno fa e non me ne sono mai, mai, pentita. Anche quando sono stata in disaccordo, anche quando ho perso le mie battaglie. L’ho fatto perché la mia idea di mondo, di comunità, potesse essere condivisa e parte attiva di un progetto. E perché ho l’ambizione che quel progetto collettivo si realizzi. L’ho fatto perché le battaglie in un partito non sono mai perse, sono mattoni per il futuro di quella casa. La militanza è del partito. Il volontariato è delle associazioni, dei club, dei civici. La militanza insegna a rispettare gli impegni e ad investirci del tempo. Il volontariato a prendersi degli impegni perdendoci il tempo che si può quando si vuole L’ impegno è lodevole a prescindere, è chiaro. Così come maggior rispetto merita quell’impegno che da consenso elettorale passa a ruolo istituzionale divenendo volontà popolare.

In un clima che perdura di sfiducia verso la politica e di voglia di rottura con il passato, i civici sono stati in assoluto i protagonisti delle ultime elezioni amministrative in realtà molto importanti della nostra provincia, e non solo. Hanno saputo, in parte anche loro malgrado, dare la giusta risposta alla domanda che cittadini ed elettori ponevano in quel momento. Facendo passare quasi il messaggio che la democrazia non fosse più rappresentativa ma diretta. Le rogne però cominciano quando poi devono governare, decidere e rappresentare, appunto. Lungi da me fare paragoni ma le difficoltà di Roma, di Cisterna, di Latina, per quanto diverse nella realtà e nella composizione, presentano tutte un punto di contatto, un minimo comun denominatore che sta nell’ assoluta mancanza di un’idea di mondo, o meglio di città, di chi amministra. Hanno questi civici la capacità di riconoscere il problema, di volerlo anche risolvere, ma di non aver la benché minima idea di quale sia la soluzione. O di non essere in grado di scegliere, davanti a più soluzioni. Di andare in contraddizione, di ragionare ognuno per se. Di non trovare un accordo interno. Di non prendersi alcuna responsabilità. Questo si traduce nell’incapacità di andare avanti, nell’immobilismo amministrativo che immobilizza la città. Stare in un partito per me significa avere un’idea di mondo, di città. Significa riconoscere il problema e proporre “la” soluzione, non una soluzione. In un partito, banalmente, si fa politica. Chi fa politica, per etimologia della parola stessa, pratica l’arte di governare. Governare è guidare secondo un principio, esercitare un potere. Ecco, il problema di questi civici è che stanno dimostrando di mancare di arte e di principio. Di politica, in sintesi.

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