La nostra Africa, un triangolo a pezze colorate

L’Africa, un triangolo a pezze colorate, un punto interrogativo nel cuore del mondo.

Studiata così alle elementari, sul sussidiario, che un libro bastava per tutte le materie. Un triangolo, l’ho scoperto qualche anno dopo, che nel suo estremo sud, e almeno per la generazione “guerra fredda” era razzismo e trapianti di cuore. La generazione guerra fredda è cresciuta con l’orrore del razzismo che gli alitava addosso e il sogno di una scienza che poteva tutto. Più a nord i ricordi, vaghi, di alcune pagine di storia, del colonialismo. Pagine schiacciate tra l’Unità d’Italia e le guerre mondiali.

O l’Africa era forse quella di Tarzan, l’eroe improbabile e bellissimo e tutte che avremmo voluto essere Jane.

Il regno di re Leone, che esiste davvero, il Masai Mara dove ogni minuto va in scena la Grande Africa. I paradisi sommersi, visti al loro affacciarsi al mondo.

Le lacrime per la miseria, le missioni. Il continente maledetto dal quale arrivava l’Aids. L’Africa infetta il resto del mondo. Anche quello che in Africa non c’è mai stato, anche quello che non appartiene ad alcuna categoria dannata. L’Africa che ci fa diventare fedeli, l’Africa che ci costringe ai preservativi. Addio anni ’70.

Di Aids non si muore più, arriva l’Ebola. Talmente terribile che rimane in Africa. Insieme alle stragi, alle donne infibulate, ai bambini fatti a pezzi. Sta tutto in Africa, un buco con la costa intorno. Sulla costa ci si può andare. Non su tutta. Ma se ne può fare a meno. Il buco è vicino ma fino a un certo punto. Sulla spiaggia sono massaggi e frutta tropicale.

All’improvviso, non so quale è stato il giorno esatto, e neanche importa, arriva un bastimento carico di africani.

Sulle coste di un’Italia che ha visto già sbarcare l’Est dell’Europa e l’Asia disperata. Dall’Europa volti simili, dall’Asia volti un po’ diversi. Ma l’Africa è nera. Sono migliaia e sono neri. E l’idea di quanto siano più simili agli animali si fa strada con tutte quelle donne che partoriscono durante un viaggio impossibile. Senza ostetrica, senza sala, senza dottori.

Come se quella cartina politica, quel triangolo a pezze colorate e tagliate nette all’improvviso prendesse forma e volto, come se quella cartina fisica con un’enorme macchia di sabbia nel mezzo avesse una vita propria, al di fuori dell’immaginazione.

E’ tutto più facile da immaginare se hai una bella fantasia, ce ne sono di spunti in quel triangolo a pezze colorate. Colorate come i vestiti delle donne africane, che fanno tanto etnico. Come le foreste che fanno tanto jungle. Come zebre e leopardi che fanno tanto animalier.

Dai, cerca i vestiti che non metti più e mandaglieli. Meglio così, si libera posto negli armadi.

Continuano ad arrivare. Ancora. Se apri un canale ci passano tutti.

Ora è davanti a noi e respira questo triangolo a pezze colorate, come un punto interrogativo nel cuore del mondo.

Ascolto i racconti dei ragazzi africani. Il loro viaggio impossibile. Ad ascoltarli ora non sembrano traumatizzati.  Loro ce l’hanno fatta. Un po’ di freddo forse, un po’ di fame. Devono imparare l’italiano e senti che se arrivano dall’inglese fanno un po’ fatica ad abituarsi alla nostra pronuncia. Solo una parola sanno dire bene: Lampedusa, o Crotone. O Sicilia. E ora che l’Africa non è più il buco con la costa intorno come facciamo? Ora che non vogliono essere aiutati a casa loro dai missionari, ora che vogliono accedere al benessere.

Che per quanto male se ne parli l’Italia è uno dei posti del mondo dove si vive meglio, per me il migliore in assoluto. Oggi che si fa? La Giornata del migrante. Sì, magari con qualche danza popolare africana. Domani riattacchiamo la cartina al muro, che ci sta bene quel bel triangolo a pezze colorate.

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