I tempi e un referendum senza ragazzi

Come sono questi tempi? Come si capiscono? Io non ho strumenti per farlo, ma vedo, cerco di spiegare segnali che non sapevo. Seguo la campagna per il referendum, non vedo i ragazzi. La costituzione ha una “memoria” ma “governa il futuro”.

Se fossi qualcuno farei votare solo i minori di 40 anni, quelli che hanno più bisogno di domani. Invece? Invece i ragazzi non ci sono, come se questo futuro non li riguardasse, come se… ecco la chiave: come se quel domani non passasse per la dimensione politica collettiva. La vita non ha più soluzioni “comuni” ma strade “private”, non ci si aspetta nulla dalla cosa di tutti, ma ciascuno scappa nel suo particolare. Abbiamo pensato che l’Europa fosse un sogno, per la maggioranza degli inglesi era un incubo da cui fuggire e non era vero che lì si era cittadini del mondo, ma si “escludeva” il mondo. Abbiamo creduto che la Clinton fosse la corretta via di un popolo aperto all’universo, hanno scelto la diga contro l’umano di Trump.

Non abbiamo strumenti per capire perché la generazione ribelle ora vuole figli “ordinati”, aborrisce le diversità, ama l’omologazione, il non pensare diverso di una diversità che poi, non compresa, si fa Brexit, Trump, Grillo, Le Pen, i civici, si fa “soluzione rapida e personale” che neanche le paure sono collettive.

Non ci sono i giovani alle discussioni sul futuro perché noi pensiamo al nostro futuro di vecchi e non al mondo nuovo che non ci vedrà neanche spettatori. Non sono i ragazzi che non ci sono nella politica, è che noi non siamo più nella storia. Forse servirebbe l’arroganza di una rivoluzione scorretta.

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