Addio Antonio Campoli, ricercatore dell’anima di un popolo

Antonio Campoli
Antonio Campoli

Sono sradicato da tempo, come pianta nata in terra cresciuta idroponica. E la pianta idroponica cerca ostinatamente, quasi rabbiosamente, la sua terra.

Sarà per questo che sono combattuto tra ipersetinità e distanza, in un uomo solo. Leggo che è scomparso Antonio Campoli, uno che non era idroponico, ma che aveva messo le mani nella terra profonda di un mondo che pareva orfano, orfano di amore. Campoli cercava la Sezze che era, era inconsapevolmente, lui la cercava per non smarrirla. Cercava storie, parole. Era un intellettuale di quell’incredibile umanesimo setino che forse poteva essere il terreno di un uomo civile, un uomo civico, un uomo originale al mondo e non vuoto alla periferia del mondo.

Sapeva usare una lingua difficilissima, fatta di suoni così difficili da mettere nel foglio, una lingua fatta di maschere, di forza che danno alle parole le espressioni del viso, la sapeva usare in forma di poesia, una poesia che era fotografia di un mondo fatto di umana catena, di un vivere una dimensione collettiva che era nel bisogno, e la fine del bisogno ha ucciso. Antonio Campoli era ricercatore di un’anima, sentiva il bisogno di rianimare un filo che sentiva corroso dal tempo, forse a fine corsa. Gli ho invidiato l’uso sublime della lingua che per me era un amore di un salto di generazione, era la lingua della grande madre (grand mere), la lingua di una ipermadre, accogliente e ingombrante come è la mia “grandematria”.

Se ne va un medico dell’anima di un popolo che, forse, nel profondo voleva mimettizzarsi, lui ha fatto “tana” a questo male e nei suoi sonetti, libri, ricerche un “allocca a pulicini” di questo nascondino (avrebbe preferito cecalacchia) che è la tragedia delle piccole comunità al banale mondo tutto uguale e globale. Ti saluto cantore della mia “grande matria”.

*Foto da www.setino.it

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